Web Nostalgia

Sono stato colto dalla Web Nostalgia. In questo momento ho due spazi web, digitalkomix.com e andywar.net, ma il primo sparirà a fine anno. Ovviamente terrò il brand e probabilmente la posta, per via di quella casella (andy.war at digitalkomix.com, una delle più complicate da memorizzare al mondo) che ancora molti hanno nella loro mailing list.

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Architettura e Programmazione

Per la visualizzazione delle pagine si utilizzano una serie di linguaggi di programmazione strettamente interconnessi. I più ricorrenti sono l’HTML, il CSS e il JavaScript, e li potete riconoscere in qualsiasi file sorgente, ovvero il file che viene scaricato da internet e che il browser interpreta e visualizza su schermo. Per spiegare le caratteristiche di ciascun linguaggio, si ricorre spesso ad una metafora architettonica.

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L’Ecosistema dei CMS

Rifondazione Podistica
Rifondazione Podistica

Sto lavorando per rinnovare il sito di Rifondazione Podistica, la società sportiva con cui sono iscritto. Si tratta di migrare i contenuti dalla piattaforma Joomla! a WordPress, ed il grosso l’ho fatto con una plugin, FG Joomla! to WordPress.

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GIMP Chimp

Sono anni ormai che non tocco un Photoshop, l’ho felicemente sostituito con GIMP. Le immagini qui sotto, quindi, non sono Photoshoppate, ma semplicemente Gimpate.


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NanoCAD 5.0

Ho cercato per anni uno strumento gratuito che sostituisse AutoCAD, e penso di averlo trovato in nanoCAD, un progetto sviluppato in Russia (vedi immagine!) di cui recentemente è uscita la nuova versione.

NanoCAD tradisce le proprie origini...
NanoCAD tradisce le proprie origini…

NanoCAD non è un vero open source (LibreCAD, Archimedes, quanti progetti abortiti…), il pacchetto base è gratuito e si basa su un lavoro di ‘reverse engineering’ della Open Design Alliance. Su NanoCAD è possibile sviluppare applicativi in svariati linguaggi (Lisp, C++ e tanti altri), le librerie sono a disposizione dei programmatori tramite una licenza gratuita, mentre gli applicativi possono essere commercializzati accordandosi con la NanoSoft.

Per le mie esigenze la versione gratuita è perfetta, ogni tanto qualche intoppo (per ora sulla stampa e sulle quotature), ma mai crash disastrosi. Veloce e leggero, alcune funzioni anche meglio di AutoCAD, certo manca il 3D, ma tanto mica lavorate da Zaha Hadid! Un po’ di modellazione la potete fare con le mesh, le 3Dface (e perché no, la mitica thickness!), poi esportate tutto in SketchUP e via!

 

Andy’s Digital Adventures: Hardware

Il mio primo PC lo comprai usato da un amico di amici che abitava nei pressi della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa. Niente male come simbolismo, vero?

Asus P5A-B
Asus P5A-B

Era un 486 che mai giunse a vedere la schermata iniziale di Windows 95, riuscii a sbolognarlo prima ad un amico di amici. Da allora i miei desktop erano sempre nuovi di pacca, assemblati secondo le esigenze (e la disponibilità economica). Per farli propri si andava da sordidi spacciatori di materiale elettronico, fortificati da una breve infarinatura propinata da amici di amici più versati nel campo. Si sceglieva su uno stringato menu, solitamente fotocopiato in bianco e nero tipo flyer dei peggio punx, e divisi in tre-quattro fincature: si andava dal modello “Basic” al “Deluxe”, passando dal “Performance” e il “Professional”. Sul fondo del menu una accozzaglia di elementi aggiuntivi, rigorosamente etichettati con acronimi da smanettoni. Di solito nessuna delle combinazioni possibili era soddisfacente, un po’ come con le donne: o tette fantastiche su culi piatti o chiappe da urlo sotto una tavola da stiro. I commenti sessisti erano la norma, dato che quasi tutti gli avventori si distinguevano per il cromosoma monco. Ma mollare la preda era impossibile, lasciare il negozio senza un cabinet sulle spalle avrebbe sicuramente provocato un tracollo della borsa di Taiwan, con conseguente aumento del prezzo delle memorie.

Di solito l’assemblato era un diabolico coacervo di conflitti interni, peggio del direttivo del PD. La scheda video non dialogava con la scheda madre, il processore era incompatibile e l’hard disk se ne lavava le mani. A complicare le cose c’era il mio spirito non dico anarchico ma almeno antitrust: dopo un primo processore della Intel, per i miei desktop ho sempre e solo comprato AMD. A mie spese imparai che la mother per il K7 aveva due controller, Northbridge e Southbridge, e che il Superbypass per eliminare i bottlenecks non era mai giunto alla linea di produzione, lasciando i retailers (i venditori) con il culo nell’acqua (“standing in the rain”, come riportato nell’illuminante articolo di Tom’s Hardware). Ma io non demordevo, ed aggiornando i driver a manetta si raggiungeva, dopo qualche mese, un assetto stabile.

Quante ne ho passate col mio K7! richiamato per un lavoro “d’urgenza” a Murcia, lo smontai pezzo pezzo. Tutte le schede e i drive li riposi in una valigetta da cabina, mentre il telaio del cabinet lo misi in valigia, lo stipai di mutande e magliette e lo spedii nella pancia dell’aereo. Ne riemerse un po’ ammaccato ma funzionale. Una volta nello studio murciano, ricostruii il tutto. Indossavo il completo nero con cui mi ero sposato, dovevo sembrare un gran figo o un coglione totale, non so valutare.

Dopo l’ennesimo K7 su scheda madre ASUS (un gioiellino che ancora fa il suo dovere a studio) sono passato ai portatili. Mi sono arrecchionuto, direbbe mia moglie, ma che ci posso fare, portarsi il lavoro a casa è un piacere, portarsi i passatempi a studio un dovere. C’è stato un momento in cui io e il mio socio avevamo lo stesso modello di Toshiba (fighi o coglioni, la domanda è sempre quella). Dopo anni di onorato servizio al mio parte lo schermo, mentre il suo ci abbandona del tutto. Sagacemente il tecnico smonta il suo schermo e lo monta sul mio. Dura un paio d’anni, poi si spegne anche lui. Collego il laptop ad uno schermo ausiliario. La tastiera non risponde più, la sostituisco con una wireless. Con tutte queste protesi non è più un “portatile”, ma è vivo, e lotta insieme a noi!

Importatile
Importatile

 

Andy’s Digital Adventures: DOS

Professore: “Le propongo una tesi sullo schiacciamento del piede dei serbatoi sotto l’azione sismica…” Studente: “Io… veramente… pensavo a qualcosa di più poetico, delle sculture duttili che testimoniano sul proprio corpo le ferite infertegli dai terremoti…” Professore: “(Ma chi cazzo me l’ha mandato questo…)”

by Gary Larson
by Gary Larson

Alla fine io e il professor Pinto ci mettemmo d’accordo per un serbatoio sopraelevato sottoposto all’azione eolica, ma per fare i calcoli avevo bisogno di digitare “C:/”, e per uno che veniva dal paradiso del WYSIWYG, affrontare il DOS era un po’ come fare il viaggio di Dante a ritroso, col masso di Sisifo incastrato fra le corna. Il SAP, programma strutturale agli elementi finiti, è fichissimo. All’epoca, per qualche motivo che ha sicuramente a vedere con l’ingegneria psichiatrica, la fase di input era il più unfriendly possibile. Se riuscivi a districarti nell’orientamento dei momenti d’inerzia e nei fattori di scala alla quarta potenza, la soddisfazione era immensa: quintali di grafici colorati descrivevano vita, morte e miracoli di strutture altrimenti (per me) inconoscibili. I modi propri di vibrazione erano animati, li guardavo oscillare per ore, e poco importava che, leggendo attentamente i tabulati, le travi di copertura sfiorassero il pavimento dell’interrato sotto ogni condizione di carico. Ma si sa, “mud in, mud out”, risme di tabulati non possono battere ciò che un buon ingegnere scrive sul retro di una busta (“on the back of an envelope”). Ma esistono ancora ingegneri che scrivono sul retro di una busta?

Contemporaneamente decisi di affrontare il moloch AutoCAD. Si era alla versione 12, comprai un manuale di 1067 pagine con copertina rigida scritto in corpo 4. Cominciai dal colofon e proseguii dritto alla parola fine, esercizi compresi. DIMASSOC, DISPSILH, ATTREDEF, l’oscuro sillabario caddista mi si dispiegava in tutta la sua cacofonia. Niente icone da cliccare, i comandi si digitavano, o meglio, si digitava lo shortcut. Ma perché per disegnare un rettangolo (RECTANGLE) lo shortcut è REC e non RT? Guardate la tastiera! E per prendere una misura (DIST)? Perché devo fare il pianista con DI quando D ed S sono lì una a fianco all’altra? Ma queste sono sottigliezze, perchè intanto quella campitura non si riempie manco se ti ammazzi, il disegnino del trattore importato da un altro file mi si è trasformato in una ragazza che gioca a volano, ha un punto di inserzione su Marte ed un nome civettuolo che comincia con A$, quell’ingegnoso sistema di riferimenti esterni annidati blocca tutti i computer dello studio, pure quelli non in rete. Stampare in AutoCAD, praticamente un ossimoro. Eppure, come avrete intuito, è un programma che amo. Ogni mio layer comincia con tre cifre. Quoto esclusivamente in spazio carta. Ho solo un plot style e si chiama STANDARD.

In occasione della tesi feci interagire AutoCAD e SAP tramite il BASIC. I tabulati del SAP venivano macinati da un programmino e trasformati in uno script per AutoCAD. A colpo d’occhio potevo vedere quale tra decine di elementi strutturali era il più sollecitato. Un altro programmino mi trasformava output in input, simulando effetti del secondo ordine (tipo P-delta, per intenderci) ancora non implementati nel SAP90. Il cuore (core) stesso della tesi era un programma in BASIC: il vento è un insieme di infiniti vortici a scale diverse. Per ogni scala calcolavo la correlazione tra un punto e l’altro della superficie del serbatoio. Il risultato era un campo stocastico di correlazione, una strana bestia che ben poco mi è servita negli anni a seguire, dato che mi sono occupato di tutt’altro…

Andy’s Digital Adventures: Mac

Avevamo un mito familiare, quello del quarto fratello: nato tra me e Gabriele, era talmente timido ed elusivo che nessuno di noi l’aveva mai visto. Mi pare si chiamasse Giorgio, Giorgio Guerra. Quando nessuno voleva accollarsi la responsabilità bastava dire: “E’ stato Giorgio”.

Ugo, Andrea, Giorgio e Gabriele
Ugo, Andrea, Giorgio e Gabriele

Nel 1989 Giorgio si incarnò in un Apple Macintosh SE, e divenne subito il nostro beniamino. Dark Castle, Hypercard, queste parole vi dicono qualcosa? Gabriele era dipendente da Dark Castle. Inchiodato al tecnigrafo (il massimo dell’analogico), ascoltavo il suo progredire da un quadro all’altro, tra squittii di pipistrelli e lanci di boccali in peltro (nell’altra stanza mia nonna commentava l’ennesima tornata del Gioco delle Coppie, ma sto divagando). Col Mac ho prodotto tonnellate di cose. Ho disegnato l’ultimo esame di progettazione con il Paint. Non avevo stampante, consegnavo il dischetto a mio padre e lui la sera se ne tornava con un pacco di A4, che io giustapponevo con lo scotch trasparente fino a formare tavole enormi. Poi passavo dal cianografo e facevo copia da copia (con la Regma, ricordate?), scalando di un pelo dato che il Paint non era molto preciso. I miei disegni raster erano visti come il fumo negli occhi, ma furono costretti a darmi il massimo dei voti data la mole di lavoro. In seguito scoprii Canvas, che era vettoriale. All’epoca mi pare avesse livelli di cui potevi fare bring to front / send to back, i disegni erano belli, ma faticosi da realizzare. Usai Canvas sul Mac II dell’amica Roberta, conquistando finalmente la dimensione cromatica. Con il Mac fui introdotto anche alla modellazione tridimensionale. Nel corso di Disegno Automatico (sic), c’erano un paio di Macintosh e qualche PC. Guardavo quelle linee rosse e ciano su sfondo nero di AutoCAD e pensavo: poveracci. MiniCAD aveva lo sfondo bianco, come il pezzo di carta su cui sto scrivendo. Ma il Mac non era solo disegno, ripresi in mano il Basic per fare un po’ di calcoli strutturali. La cosa più interessante fu la modellazione di un portale strallato, in sostanza l’inversione di una grossa matrice. Per simulare il tiro degli stralli applicavo delle forze orientate all’estremità dei cavi, tenendo però conto dell’elasticità del materiale. Ne discussi col Professore, loro usavano la dilatazione termica lineare, “raffreddavano” il cavo per accorciarlo. Ricordo che i risultati mi costrinsero a fare alcune modifiche: l’asimmetria della struttura (si era in pieno decostruttivismo, cazzo) generava dei movimenti orizzontali che riuscii a bloccare solo grazie ad uno strallo aggiuntivo. Ma era una sconfitta: nel progetto originale la trazione negli stralli si compensava con la compressione nei montanti, mentre questo nuovo strallo era ancorato a terra, e necessitava di una enorme zavorra in cemento armato. Dopo qualche anno ritornai al laboratorio di Disegno Automatico. Una assistente, come si suol dire, mi rigirò come un calzino: i Macintoshari vogliono la pappa pronta, mentre chi usa il PC suda col cacciavite in mano, ma vuoi mettere la soddisfazione! La mia vita digitale era ad una svolta.

The VIX
The VIX

Guardate il disegno qui sopra. La presa d’aria è modellata in MiniCAD, poi trattata col Paint. Bastava aggiungere i pupazzetti ed il gioco era fatto. Il fumetto completo lo trovate qui.

Andy’s Digital Adventures

A conti fatti sono più di trent’anni che ho a che fare con i computer, e mi sembrava interessante fare un resoconto di queste avventure digitali.

ComputHeroes
ComputHeroes

Il primo computer di famiglia fu un Texas Instruments 99/4A (riposa ancora in qualche scatolone a casa dei miei). Erano i primissimi anni ’80. Design molto bello, tastiera nera, corpo in alluminio, si collegava al televisore di casa e presentava un grosso slot sul davanti per inserire le cartucce di espansione. La cosa più bella era la gestione della memoria, che richiedeva ben due lettori di audiocasette, uno per l’input e uno per l’output. Per caricare un programma riavvolgevi l’audiocassetta (ognuna ne conteneva tanti), azzeravi il contatore e poi schiacciavi forward finché il contatore non segnava il numero corrispondente all’inizio del programma (il numero era trascritto a penna sulla copertina della cassetta). Play, scroscio di bit ed il programma era caricato! Si programmava in basic, i programmi li inventavamo noi oppure li trascrivevamo da riviste specializzate. ON GOSUB, IF THEN ELSE, ho passato ore a programmare. Realizzai una serie di giochi, il più bello si chiamava “Obscure Castle”, un labirinto con stanze collegate da porte. La stanza in cui stava il giocatore risultava illuminata, tutte le altre erano al buio totale. Bisognava recuperare un tesoro schivando delle mummie molto lente, che si muovevano tutte verso il giocatore e potevano attraversare i muri. Avevamo una sola espansione di memoria, per programmare in Assembler. Il relativo manuale era così spesso che non ebbi mai il coraggio di affrontarlo. Mio padre ci smanettò un poco: degli enormi sprite colorati attraversavano lo schermo ad una velocità pazzesca. Mi resi conto che stavo guardando il futuro negli occhi, ma non bastò a conquistarmi. Anche mio padre programmava, soprattutto nell’ambito dei suoi studi musicali. Aveva scritto dei programmi che generavano delle fughe casuali alla Bach, roba forte. Il Texas era nel nostro stanzone, spesso mi addormentavo con papà che ticchettava sulla tastiera, illuminato dal baluginare catodico. L’ultimo utilizzo risale alla fine degli anni ’80. Per un esame universitario rispolverai il vecchio Texas e realizzai un grafo per il calcolo del tempo di percorrenza. Il programma tentava tutti i possibili percorsi, memorizzando l’ultimo percorso più breve. Appena il percorso successivo eccedeva quello in memoria, il programma lo scartava e passava appresso. Stavo comunque utilizzando una tecnologia di dieci anni prima, era giunto il momento anche per me di passare appresso…

Bello, vero?
Bello, vero?

L’immagine seguente è bellissima: 1981, la vita del blogger Scott Hackett sta per cambiare per sempre. Da notare gli oggetti sullo sfondo.

Natale del 1981.
Natale del 1981.

Questo link per una libreria di giochi per il Texas.